Commercio, il prezzo invisibile della crisi che dura da quattro anni

Feb 8, 2026 | Blog, Confesercenti

Quando la crisi del commercio diventa una questione di comunità

I dati diffusi da Confesercenti sul 2025 restituiscono un quadro che non può più essere letto come una difficoltà congiunturale. È il quarto anno consecutivo in cui, in Italia, si spende di più per acquistare di meno. Le vendite crescono nominalmente, ma i volumi reali continuano a ridursi. Nel 2025 l’aumento dello 0,8% in valore si accompagna a un calo dello 0,6% in volume. Una dinamica che segnala con chiarezza l’erosione del potere d’acquisto delle famiglie e la fragilità strutturale dei consumi.

Il dato più preoccupante riguarda le imprese più piccole. Dal 2022 al 2025 le piccole superfici hanno registrato un aumento delle vendite in valore di appena il 3%, a fronte di un crollo dei volumi dell’11%. Margini compressi, promozioni sempre più aggressive, competizione tra canali sbilanciata e una domanda che si concentra sulle spese essenziali stanno mettendo sotto pressione la rete del commercio di prossimità. Non si tratta di una crisi improvvisa, ma di una trasformazione profonda del modello di consumo.

L’effetto Black Friday, che nel 2025 ha anticipato una parte rilevante degli acquisti natalizi, è solo uno degli elementi di questo cambiamento. I consumi non crescono, si spostano nel tempo e nei canali. Tengono farmaci e cura della persona, arretrano le spese rinviabili. È un’economia di difesa, in cui le famiglie proteggono ciò che è indispensabile e rinviano il resto. In questo contesto, il commercio fisico tradizionale paga il prezzo più alto.

Ridurre questa dinamica a una contrapposizione tra e-commerce e negozi di vicinato è una lettura fuorviante. L’online non è un nemico da demonizzare, ma una componente strutturale del mercato. Il problema nasce quando la competizione diventa asimmetrica, quando le regole non sono uguali per tutti e quando l’innovazione viene scaricata esclusivamente sulla capacità di resistenza delle micro e piccole imprese.

Questo scenario nazionale trova in Trentino una declinazione particolarmente significativa. Negli ultimi anni il territorio ha visto una progressiva riduzione del numero di esercizi commerciali, soprattutto nei centri storici e nelle valli, a fronte di una crescita delle superfici più grandi e dei canali digitali. Non è solo un cambiamento economico. È una trasformazione che incide sulla qualità della vita, sull’accessibilità ai servizi e sulla tenuta delle comunità locali.

In Trentino il commercio di prossimità svolge una funzione che va ben oltre la vendita. È presidio sociale, relazione quotidiana, servizio per anziani e famiglie, elemento di sicurezza e vivibilità urbana. Quando chiude un negozio, non scompare solo un’attività economica. Si indebolisce una strada, si riduce un servizio, si impoverisce il tessuto relazionale di un territorio. Questo vale nei centri urbani, ma ancor di più nelle aree periferiche e montane.

La crisi dei consumi si intreccia inoltre con altri fattori strutturali: l’aumento dei costi fissi, l’accesso al credito più selettivo, la difficoltà di ricambio generazionale, la carenza di manodopera, la trasformazione demografica. In un contesto in cui le famiglie diventano più piccole e la popolazione invecchia, la funzione di prossimità del commercio diventa ancora più centrale. Eppure è proprio questa rete a essere più fragile.

Accanto alle politiche pubbliche e alle scelte di sistema, esiste però anche un tema di coscienza e sensibilità collettiva. Il futuro del commercio di prossimità passa inevitabilmente anche dai comportamenti quotidiani dei consumatori. Ogni scelta di acquisto non è mai neutra: contribuisce a rafforzare o a indebolire un presidio, una relazione, un servizio sotto casa. Sostenere il commercio di prossimità non significa rinunciare all’innovazione o alla comodità, ma riconoscere il valore sociale ed economico delle reti locali che tengono insieme comunità e territori. È un passaggio culturale che riguarda tutti, perché senza una domanda consapevole anche le migliori politiche rischiano di non essere sufficienti.

Se vogliamo evitare che questa crisi silenziosa continui a erodere imprese e territori, è necessario concentrare l’attenzione su alcune priorità chiare. La prima riguarda il commercio di prossimità come infrastruttura urbana e sociale. I negozi non sono solo punti vendita, ma presìdi quotidiani di servizio, relazione e sicurezza. Difendere e rigenerare la rete di prossimità significa contrastare la desertificazione commerciale, mantenere vivi i centri storici e garantire accessibilità ai servizi, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione.

La seconda priorità riguarda la domanda interna e il potere d’acquisto delle famiglie. Senza consumi non c’è commercio che possa reggere. Il progressivo impoverimento reale delle famiglie, certificato da quattro anni di calo dei volumi, richiede politiche capaci di sostenere i redditi, ridurre il carico fiscale sul lavoro e restituire fiducia ai consumatori. Il commercio vive se le famiglie tornano a spendere, non solo a difendersi.

La terza priorità riguarda l’innovazione accompagnata delle micro e piccole imprese. Digitalizzazione, integrazione tra fisico e online, nuovi servizi e utilizzo dei dati sono passaggi obbligati, ma non possono essere lasciati alla sola capacità di resistenza delle imprese. Senza strumenti di accompagnamento, formazione e regole eque tra canali, l’innovazione rischia di diventare un ulteriore fattore di esclusione.

Governare la trasformazione del commercio significa fare una scelta di campo. Significa riconoscere che il commercio di prossimità non è un residuo del passato, ma un’infrastruttura economica e sociale del territorio. Significa intervenire su fiscalità, affitti commerciali, accesso al credito, rigenerazione urbana, mobilità e politiche per i centri storici. Significa sostenere la domanda interna, perché senza consumi non c’è impresa che possa reggere.

Il 2025 non è un incidente di percorso. È un segnale chiaro. Continuare a leggere questi dati come una somma di difficoltà temporanee significa rinviare il problema. Affrontarli per quello che sono, invece, significa scegliere di difendere lavoro, servizi e comunità.

Il commercio non chiede protezione. Chiede regole eque, visione e accompagnamento.

Perché senza una rete di prossimità viva e innovativa, non si indebolisce solo un settore.

Si indebolisce il territorio nel suo insieme.

Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino

 

 

 

 

 

 

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