Ogni Primo Maggio, l’Italia si ferma a riflettere sul valore del lavoro. Non come rito, ma come atto di coscienza civile. Quest’anno, più che mai, quella riflessione è necessaria: perché il mondo del lavoro non sta semplicemente evolvendo, sta attraversando una trasformazione radicale, silenziosa e profonda, che riguarda ciascuno di noi.
I numeri del presente: luci e contraddizioni
I dati più recenti dell’ISTAT ci consegnano un quadro incoraggiante. Nel 2025 gli occupati in Italia hanno raggiunto quota 24 milioni e 121 mila unità, con un tasso di disoccupazione sceso al 5,6%, tra i più bassi degli ultimi decenni, e una crescita sensibile dei contratti a tempo indeterminato. Numeri da leggere senza trionfalismo, ma con orgoglio sobrio: sono il frutto di anni di fatica, di riforme, di imprese che nei momenti più bui hanno scelto di tenere duro.
In Trentino il quadro è migliore rispetto alla media nazionale, ma questo non significa che il problema sia risolto. Anzi, proprio dove l’occupazione tiene, emerge con più forza il tema della qualità del lavoro e della carenza di competenze. Nel 2025 le imprese trentine hanno programmato quasi 86 mila assunzioni, ma il 54,7% delle figure ricercate è risultato di difficile reperimento, dato superiore alla media nazionale. Non manca il lavoro: mancano le persone giuste, con le competenze giuste, per il lavoro che cambia.
Restano poi nodi strutturali che nessun dato positivo può nascondere. Il Rapporto mondiale 2024–2025 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro segnala che l’Italia “si distingue per una dinamica salariale negativa nel lungo periodo”, con salari reali ancora inferiori a quelli del 2008 nonostante la ripresa produttiva dal 2022.
Vogliamo interrogarci sui perché, senza scaricare retoricamente le colpe, ma analizzando con oggettività i problemi, abbandonando letture di parte e costruendo insieme soluzioni concrete ?
La bussola del Capo dello Stato
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha offerto, come di consueto, parole di raro equilibrio. In occasione della Festa del Lavoro 2025, a Latina, ha detto qualcosa che vale come orientamento per il nostro tempo:
“Il futuro del lavoro è già cominciato. Tanti lavori di qualche decennio or sono non esistono più. Nuove occupazioni si affacciano. E altre ancora sorgeranno presto nella società. Quel che non tramonta è il carattere del lavoro, come espressione della creatività e della dignità umana.” (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica, Festa del Lavoro 2025)
La micro e piccola impresa: quando il lavoro è prima di tutto relazione
Nelle imprese che Confesercenti del Trentino rappresenta, negozi, pubblici esercizi, attività turistiche, servizi e molte altre ancora, il lavoro ha spesso una dimensione particolare. Non è anonimo, non è distante, non è impersonale. I dati Istat ci dicono che in Italia oltre 820 mila imprese, l’80,9% del totale con almeno tre addetti, sono a controllo familiare, con una prevalenza elevatissima nel commercio (84,4%) e nella ristorazione e alloggio (87,3%). Noi siamo questo Paese.
Nella micro e piccola impresa, il rapporto tra datore di lavoro e collaboratore vive dentro una quotidianità fatta di fiducia, prossimità, storia condivisa. Ci si conosce per nome. Si condividono fatiche, stagioni difficili, clienti affezionati, risultati conquistati insieme. L’impresa diventa, col tempo, una sorta di famiglia allargata. Questo non elimina i conflitti, non cancella le responsabilità, non attenua il dovere di rispettare contratti e sicurezza. Ma ci ricorda una cosa essenziale: nelle piccole imprese il lavoro è prima di tutto relazione.
E questa relazione oggi è sottoposta a una pressione nuova. Da una parte lavoratori che chiedono, giustamente, retribuzioni adeguate, equilibrio tra vita e lavoro, prospettive. Dall’altra imprenditori che faticano a trovare personale, a trattenerlo, a sostenere i costi in un contesto di margini ridotti e mercato volatile, a sostenere la pressione fiscale e una zavorra burocratica sempre più pesanti. Imprenditori che faticano a continuare a investire, nonostante tutto.
In questo equilibrio, smarrito e da ricostruire, c’è anche un nodo spesso ignorato nel dibattito pubblico: il cuneo fiscale. In Italia la distanza tra costo del lavoro per l’impresa e netto percepito dal lavoratore resta significativa. Questo limita entrambe le parti: le imprese, che vorrebbero riconoscere di più ma non sempre possono farlo senza compromettere la sostenibilità; i lavoratori, che vedono ridotto il valore reale del proprio impegno. Per un imprenditore del commercio o del turismo, il problema non è la volontà di pagare meglio: è la possibilità concreta di farlo. Ridurre il cuneo fiscale non è solo una misura economica: è una scelta di politica del lavoro, di giustizia e di coesione sociale.
La sfida che viene: intelligenza artificiale e la necessità di ri-formare
L’intelligenza artificiale e la digitalizzazione diffusa non sono più una prospettiva futura: sono già dentro le nostre imprese, i nostri processi, le nostre abitudini. L’OCSE e il World Economic Forum stimano che una quota significativa dei lavori attuali cambierà strutturalmente nei prossimi anni. Alcune funzioni amministrative, alcuni compiti di back-office, alcune attività standardizzate stanno già cedendo il passo ad algoritmi sempre più capaci. Non è fantascienza: è presente.
Ma sarebbe sbagliato leggere questa trasformazione solo come minaccia. Come hanno scritto gli economisti Daron Acemoglu e Simon Johnson, nel loro lavoro più recente, il progresso tecnologico non determina da solo il destino del lavoro: lo fanno le scelte che lo accompagnano. La tecnologia può liberare il lavoratore dalle mansioni più ripetitive, oppure può essere usata per controllarlo e sostituirlo. La differenza non è nella macchina: è nei valori di chi la governa. La tecnologia cambia il lavoro. Ma non deve cambiare il valore della persona.
I lavori del futuro richiederanno empatia, relazione, creatività, cura della persona, capacità di adattamento: competenze profondamente umane, che nessun algoritmo potrà davvero replicare. Il commerciante che conosce i suoi clienti, il cuoco che porta con sé una storia, il consulente che ti accompagna nelle scelte difficili: sono lavori del futuro, non del passato.
Per questo la parola decisiva è formazione. Anzi, ri-formazione. Non possiamo più pensare che le competenze acquisite una volta valgano per tutta la vita. Serve un patto di responsabilità tra scuola, formazione professionale, istituzioni, associazioni di categoria e mondo produttivo. Serve orientamento vero. Serve ridare dignità culturale ai mestieri. Serve spiegare ai giovani che il commercio, il turismo, i servizi non sono settori minori, ma luoghi in cui si costruisce impresa, autonomia, futuro.
Il lavoro cambia forma, ma non cambia sostanza. Ieri era la fabbrica, domani forse un algoritmo. Ma sempre, in mezzo, c’è una persona che porta con sé un’esperienza, un talento, un bisogno di riconoscimento. Il nostro impegno, come associazione, come comunità, è che quella persona non venga mai lasciata sola.
In questo Primo Maggio vogliamo rivolgere un pensiero grato a tutti i nostri associati: agli imprenditori ed alle imprenditrici che ogni mattina aprono la serranda con coraggio, sapendo che le incertezze sono tante. Ai loro collaboratori, che scelgono di investire le proprie energie in un’impresa spesso piccola ma sempre carica di umanità. A chi ha scelto di restare in Trentino, di costruire qui il proprio futuro, di credere che la qualità della vita si costruisce anche con la qualità del lavoro, di tutti.
Buon Primo Maggio a chi lavora, a chi cerca lavoro, a chi crea lavoro, a chi crea un nuovo lavoro.
Buon Primo Maggio al Trentino che lavora.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino
Trento, 1° maggio 2026



