Il centro città sotto pressione: parcheggi, insicurezza, affitti ed e-commerce soffocano le imprese.
La questione dei parcheggi in centro a Trento è molto più di una questione tecnica di viabilità. È la cartina di tornasole di un problema strutturale che riguarda la tenuta economica e sociale del nostro centro storico. E che merita di essere affrontato con la stessa serietà con cui si pianificano le grandi opere.
Perché le imprese del centro città, negozi, pubblici esercizi, botteghe artigiane, attività turistiche e dei servizi, sono intrappolate in una morsa che si stringe da più lati contemporaneamente. La carenza di parcheggi è uno di questi. Ma ci sono anche l’insicurezza, il caro affitti, il cambiamento radicale delle abitudini di acquisto, e la crescita inarrestabile dell’e-commerce. Presi singolarmente, ognuno di questi fattori rappresenta già una sfida. Insieme, rischiano di essere letali.
Parcheggi: il problema dell’accessibilità non è secondario
Partiamo dai parcheggi, perché è da lì che nasce questa ulteriore ed ennesima riflessione. Il nuovo parcheggio interrato dell’Hub San Lorenzo è un’infrastruttura moderna e necessaria. Va nella direzione giusta: più capacità sottoterra, meno ingombro in superficie, città più vivibile. Lo diciamo senza riserve.
Il problema è la transizione. La chiusura contestuale del parcheggio di via Pilati apre una fase di incertezza che non può essere liquidata come un semplice disagio temporaneo. Per chi ogni giorno lavora in centro, per chi viene a fare spesa o a sedersi al bar, per chi arriva dalle valli a fare compere, la sosta non è un dettaglio. È una componente della raggiungibilità urbana.
E la raggiungibilità, per un’attività commerciale, è tutto. Non si tratta di difendere l’automobile a tutti i costi. Si tratta di riconoscere che una città media come Trento, polo di riferimento per un bacino di utenza che viene dalle valli, dai comuni limitrofi, dalle zone più lontane, ha un profilo di mobilità che non si risolve solo con il trasporto pubblico o la bicicletta. I clienti che portano valore al commercio locale sono spesso persone che vengono da lontano, che portano con sé le spese della settimana, che hanno bisogno di trovare un posto dove lasciare l’auto in modo rapido e accessibile.
Chiediamo quindi misure concrete e immediate: informazione chiara agli utenti sui parcheggi alternativi disponibili, soluzioni temporanee nei periodi di maggiore afflusso, il weekend, le festività, i mercati, e un confronto stabile con le categorie economiche per monitorare l’impatto reale sul tessuto commerciale. Non è molto. Ma è necessario.
La situazione attuale non è adeguata a una città che voglia essere moderna, ospitale e attrattiva. Un centro storico difficile da raggiungere non è un centro storico che cresce. È un centro storico che si svuota. E una città che non garantisce condizioni minime di accessibilità non favorisce il permanere delle attività economiche esistenti, né tantomeno ne incoraggia di nuove. L’accessibilità non è un optional: è una precondizione dello sviluppo urbano.
Serve un piano parcheggi e mobilità adeguata ad una città (e territorio) che dichiara di voler essere un’eccellenza, ma per molti aspetti (questo certamente) oggi non lo è.
La sicurezza urbana: furti, spaccio e microcriminalità colpiscono le imprese
C’è un tema che i nostri associati ci portano con frequenza e insistenza crescenti, e che non può più essere eluso o trattato con le solite cautele di circostanza: la sicurezza nel centro città. O meglio, la sua insufficienza.
Furti in negozio, taccheggio sistematico, borseggi ai clienti, spaccio a pochi passi dalle vetrine: non sono episodi isolati. Sono una realtà quotidiana con cui molte imprese del centro di Trento si confrontano, subendo danni diretti e costi aggiuntivi che nessun piano di sviluppo commerciale è in grado di compensare. Chi gestisce un negozio lo sa bene: una refurtiva non recuperata, una denuncia che non porta a niente sono esperienze che lasciano il segno, economicamente e psicologicamente.
L’impatto non si esaurisce nel danno immediato. Un commerciante costretto a installare sistemi di videosorveglianza, a rinforzare gli infissi, a sostenere polizze assicurative sempre più onerose trasferisce sui propri costi fissi le conseguenze di una risposta alla sicurezza che appare oggi insufficiente. È una forma di costo aggiuntivo che si somma agli affitti elevati, ai tributi locali, ai costi del lavoro. Ed è una condizione che non può essere considerata normale.
A questo si somma l’effetto sulla clientela. Le persone che frequentano il centro città non sono insensibili a ciò che vedono e vivono. Una zona percepita come insicura, dove lo spaccio è visibile e la microcriminalità è tollerata, è una zona che si smette di frequentare. Prima nelle ore serali, poi nel fine settimana, poi progressivamente anche di giorno. Il passaggio di clienti cala. I fatturati scendono. Le attività chiudono. Il degrado avanza. È un circolo vizioso che si autoalimenta, e che lascia campo libero proprio a chi lo ha innescato.
Lo diciamo per l’ennesima volta senza timore di essere fraintesi: chiedere sicurezza per il centro città non è una posizione ideologica. È una condizione economica di base. Un’impresa non può prosperare, non può nemmeno sopravvivere a lungo, in un contesto in cui la legalità non è garantita e il presidio del territorio è insufficiente. Confesercenti del Trentino chiede alle istituzioni competenti più presenza delle forze dell’ordine nelle aree critiche e tolleranza zero nei confronti dei comportamenti che degradano la qualità della vita urbana e danneggiano chi in quel centro ha scelto di investire e lavorare.
Affitti commerciali: il costo fisso che erode i margini
Al problema dell’accessibilità si affianca quello dei costi fissi, e in particolare degli affitti dei locali commerciali. È una voce di bilancio che negli ultimi anni ha continuato a crescere, indipendentemente dall’andamento dei ricavi.
I dati nazionali parlano chiaro: secondo un’analisi di Nomisma su un decennio di mercato immobiliare commerciale (2015-2025), i canoni di locazione dei negozi sono aumentati in media del 12,9% su scala nazionale, mentre il valore di compravendita degli stessi immobili è sceso del 9%. Tradotto in termini concreti: i proprietari incassano di più in affitto, ma i loro locali valgono meno sul mercato. Per il commerciante, questo significa pagare di più per uno spazio il cui valore di mercato è in calo, una dinamica che comprime ulteriormente la sostenibilità economica delle attività.
In alcune città del Nord, la pressione è ancora più accentuata. A Udine, ad esempio, i canoni di affitto commerciali sono cresciuti del 34,6% in dieci anni. Il Trentino-Alto Adige si conferma tra le aree più care d’Italia per il mercato immobiliare in generale, con un costo medio che supera i 3.500 euro al metro quadro per gli immobili residenziali: un indicatore indiretto di un mercato commerciale altrettanto teso.
Il paradosso è evidente: le imprese che riescono a sopravvivere vedono crescere i loro ricavi, ma la quota di quei ricavi che va in affitto cresce più velocemente. I margini si assottigliano. E quando arriva un momento di difficoltà, un cantiere che riduce il passaggio, un’estate con meno turisti, una stagione commerciale sottotono, il cuscinetto non c’è più.
Il cambiamento delle abitudini: il consumatore non è più quello di una volta
Se affitti e accessibilità pesano sui costi, il cambiamento delle abitudini di acquisto pesa sui ricavi. Ed è forse la trasformazione più profonda e difficile da contrastare.
Il consumatore italiano ha cambiato radicalmente il suo comportamento negli ultimi dieci anni. Non solo compra di più online, su questo torneremo tra un momento, ma ha modificato anche il suo modo di rapportarsi al negozio fisico. Fa ricerca online prima di entrare in negozio, confronta i prezzi in tempo reale dallo smartphone, è meno fedele al punto vendita abituale, più attento alle promozioni, più disponibile a spostarsi verso i centri commerciali della periferia se il centro città gli sembra scomodo o costoso.
In questo contesto, ogni frizione, un parcheggio difficile da trovare, un centro storico percepito come inaccessibile, una ZTL che scoraggia la visita spontanea, diventa un fattore che orienta la scelta verso alternative più comode. I centri commerciali extraurbani non competono solo sul prezzo o sull’assortimento: competono sulla comodità. E la comodità si misura anche in parcheggi gratuiti e illimitati.
Il commercio fisico, insomma, non sfida più solo gli altri negozi dello stesso settore. Sfida l’intera architettura dell’esperienza di acquisto moderna. E in questa sfida, ogni vantaggio competitivo, la prossimità, la relazione umana, la competenza del personale, la possibilità di toccare e scegliere, può essere vanificato da un singolo elemento di attrito nell’esperienza complessiva.
L’e-commerce: una concorrenza che non si ferma
Il dato più eloquente sulla trasformazione del commercio italiano negli ultimi anni è questo: tra il 2019 e il 2024, le vendite online in Italia sono cresciute del 72,4%, mentre i negozi di vicinato hanno registrato un modestissimo +2,9%. Non si tratta di una forbice temporanea: è un divario strutturale che si è stabilizzato e che continua ad allargarsi.
Nel 2025, secondo i dati dell’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano, l’e-commerce in Italia ha raggiunto i 62,3 miliardi di euro, con una crescita del 7% rispetto all’anno precedente. L’incidenza del canale online sui consumi totali ha raggiunto il 13%, un punto percentuale in più rispetto al 2024. Il settore abbigliamento, che è tra i più rappresentati nel commercio tradizionale dei centri storici, registra una penetrazione online del 23,2%.
Il Trentino, poi, è una realtà particolarmente esposta a questa dinamica. Secondo i dati Istat aggiornati al 2024, la Provincia Autonoma di Trento è la prima regione italiana per quota di residenti che acquistano online: il 49,2% della popolazione, quasi uno su due. Un dato che impone una riflessione specifica sul nostro territorio: le imprese trentine del commercio tradizionale si trovano in un contesto in cui la propensione all’acquisto digitale dei propri potenziali clienti è la più alta d’Italia.
Questo non significa che il negozio fisico sia destinato a scomparire. Quasi il 90% delle vendite al dettaglio avviene ancora nei punti vendita fisici, e il 32% degli acquisti online di prodotti è preceduto da una visita in negozio. L’esperienza fisica ha ancora un valore che il digitale non può replicare completamente. Ma la pressione è reale, continua, e non accenna a ridursi.
La desertificazione commerciale: un fenomeno nazionale che riguarda anche noi
Tutti questi fattori, accessibilità ridotta, costi fissi in crescita, concorrenza dell’online, cambiamento delle abitudini, producono un risultato che i dati nazionali documentano con chiarezza allarmante: la progressiva desertificazione commerciale dei centri storici italiani.
Tra il 2012 e il 2025, in Italia sono scomparsi 156mila punti vendita del commercio al dettaglio, pari a oltre un quarto del totale. Un fenomeno che riguarda soprattutto i centri storici delle città medie del Centro-Nord, esattamente il profilo di Trento. Il tasso di desertificazione commerciale ha raggiunto nel 2025 il 3,1% annuo, in accelerazione rispetto al 2,2% osservato nelle rilevazioni precedenti.
In molte città paragonabili a Trento, i dati sono ancora più netti: a Cremona, i negozi al dettaglio nel centro storico sono calati del 27,5% tra il 2012 e il 2025; a Terni del 25%; a Perugia del 34%. Sono città che, come Trento, avevano centri storici vivaci, un tessuto commerciale consolidato, una tradizione di vita urbana radicata. E che oggi si trovano a fare i conti con vetrine vuote, locali sfitti e una vivacità commerciale che si è spostata altrove.
Il fenomeno non è inevitabile. Non è scritto da nessuna parte che le città debbano svuotarsi di commercio per diventare più moderne o più sostenibili. Ma richiede attenzione, politiche attive, e, soprattutto, una visione che metta la tenuta economica del tessuto urbano al centro delle scelte di pianificazione.
La città deve essere alleata delle sue imprese
Tutto questo ci porta a una considerazione che va al di là della questione specifica dei parcheggi e che vogliamo esprimere senza filtri.
Le imprese del centro città non chiedono privilegi. Chiedono un contesto in cui sia possibile fare impresa. Un contesto in cui la condizione essenziale di sicurezza, le decisioni urbanistiche, di mobilità, di pianificazione commerciale siano prese con la consapevolezza che ogni scelta ha ricadute economiche concrete su chi ogni mattina alza la serranda, paga i dipendenti, versa i tributi locali, contribuisce alla vita del quartiere.
La città (Trento, Rovereto, ma non solo..) che perde i suoi negozi, i suoi bar, le sue botteghe non diventa più moderna o più sostenibile. Diventa più vuota. Meno sicura. Meno viva. La presenza di attività commerciali non è solo un servizio per i cittadini: è un presidio sociale, un elemento di coesione, una garanzia di qualità urbana che nessuna app di consegna a domicilio può sostituire.
Confesercenti del Trentino chiede alle istituzioni , in primis Comuni e Provincia, un confronto strutturato e continuativo su questi temi. Non un tavolo di crisi straordinario, ma un luogo permanente di ascolto e di co-progettazione delle politiche che riguardano il commercio urbano e più in generale l’economia dei territori. Chiede che ogni decisione in materia di mobilità, di urbanistica, di gestione degli spazi pubblici venga valutata anche per il suo impatto sul tessuto economico del centro.
Una città moderna non deve scegliere tra sostenibilità e accessibilità. Deve offrire entrambe, con intelligenza e pragmatismo. E deve farlo riconoscendo che le imprese non sono un ostacolo alla visione di città del futuro: ne sono un ingrediente indispensabile.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino


