Il –3% del commercio non è una flessione, è un segnale preoccupante per i territori
Il calo del 3% delle imprese del commercio in Trentino, rilevato da Unioncamere, non è un dato isolato né una semplice flessione congiunturale. Racconta una trasformazione profonda che sta mettendo sotto pressione soprattutto le micro e piccole attività, quelle che ogni giorno tengono aperti e vivi i quartieri, le nostre comunità, il tessuto locale.
Nel nostro contesto i consumi reali sono più fragili di quanto suggeriscano i numeri macroeconomici. Lo diciamo da tempo. I costi fissi continuano a salire, i margini si riducono e per molte imprese diventa sempre più difficile guardare avanti, programmare investimenti, innovare, affrontare il ricambio generazionale. Si resiste, ma con meno certezze e con una fatica crescente che non può essere ignorata.
In questo quadro va letto anche il fenomeno dei nuovi show-room, che non può essere interpretato in modo semplicistico come una contrapposizione tra modelli “vincenti” e modelli “in crisi”. È piuttosto il segnale di un’evoluzione dei comportamenti di consumo e delle strategie commerciali.
Gli show-room funzionano perché sono spesso parte di filiere più ampie e integrate, capaci di connettere produzione, servizi, logistica e canali digitali. Possono permettersi spazi, investimenti e assetti organizzativi che non sono alla portata del commercio al dettaglio tradizionale, soprattutto delle micro imprese. Questa dinamica è coerente con quanto emerge da diverse analisi nazionali: secondo dati ISTAT e Confesercenti, la crescita dei format integrati e dell’e-commerce tende a concentrarsi dove esistono strutture organizzate e capitali, mentre il commercio di prossimità resta più esposto all’aumento dei costi fissi e alla pressione competitiva online. È una tendenza che riguarda molte città italiane, non solo Trento.
Il negozio di prossimità, però, non compete sullo stesso terreno. Il suo valore non è solo nella transazione, ma nella relazione, nella consulenza, nella presenza quotidiana nei centri urbani e nelle nostre valli. È un modello che soffre di più la concorrenza online, soprattutto se non è accompagnato da strumenti adeguati e da politiche capaci di sostenere questa fase di transizione.
Il commercio, del resto, non è un settore residuale né un’eredità del passato. È una componente essenziale della vita economica e sociale. Quando si indebolisce, ne risentono i centri urbani, la qualità dello spazio pubblico, la coesione delle comunità. E, nel medio periodo, ne risente l’attrattività complessiva del Trentino, anche sul piano turistico, economico e della qualità della vita.
Per questo servono politiche meno episodiche e più strutturali, capaci di accompagnare il cambiamento senza scaricarne il peso sulle imprese di prossimità. La vera questione non è difendere in modo ideologico ciò che esiste, ma creare le condizioni perché i diversi modelli possano convivere e perché le imprese possano restare, evolvere e continuare a fare ciò che sanno fare meglio: generare lavoro, valore e presidio nei territori.
È questa la partita da giocare nei prossimi anni. Ed è una partita che riguarda non solo il commercio, ma il modello di sviluppo e di comunità che il Trentino vuole scegliere.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino

