Commercio, territori e responsabilità pubblica: il tempo delle scelte
I centri storici non sono destinati al declino. Venezia dimostra che intervenire è possibile. E che non farlo è una scelta.
Negli ultimi anni abbiamo raccontato molte volte il cambiamento del commercio. Lo abbiamo fatto con dati, con analisi, ma soprattutto ascoltando le imprese, le persone, le comunità.
Abbiamo parlato di crisi, di trasformazione, di nuove abitudini di consumo. Ma oggi è necessario fare un passo in più. Serve uscire da una narrazione passiva, quasi rassegnata, e tornare a una domanda essenziale: chi guida il futuro dei nostri centri storici?
Un recente caso, quello di Venezia, offre uno spunto concreto e, per certi versi, sorprendente. Negli ultimi anni, nel capoluogo lagunare sono state aperte centinaia di nuove attività commerciali. Non si tratta solo di un dato quantitativo. È il risultato di una scelta precisa: intervenire.
Il Comune ha introdotto regole per limitare le attività di bassa qualità, quelle “apri e chiudi”, quelle che impoveriscono l’identità dei luoghi. Ha deciso di orientare il mercato, non di subirlo.
È un passaggio che merita una riflessione. Perché dice una cosa semplice, ma spesso dimenticata.
Intervenire è possibile.
Ma soprattutto, non intervenire è una scelta politica, non una fatalità.
Il Trentino tra equilibrio e fragilità
Se guardiamo al Trentino, il quadro è diverso, ma non meno delicato. Così come nella maggior parte dei comuni e nelle principali città del nostro paese.
Qui in Trentino certamente non abbiamo una pressione turistica estrema come Venezia. Non abbiamo una monocultura commerciale così evidente. Ma negli ultimi anni sono emerse criticità strutturali che non possiamo più ignorare.
Il commercio di prossimità, quello che tiene vive le vie, i quartieri, i paesi, sta progressivamente indebolendosi. In alcune aree assistiamo a una vera e propria desertificazione. In altre, invece, a una trasformazione disordinata, dove il mix commerciale perde equilibrio.
Ci sono vie con troppe attività simili. Sempre più attività legate alla somministrazione e sempre meno commercio tradizionale.
Altre dove le serrande restano abbassate. Altre ancora dove il turn over è continuo, senza radicamento.
E poi c’è un tema che torna con forza, ogni giorno: il costo degli affitti. In molti casi diventato insostenibile per le piccole imprese. Un fattore che espelle attività storiche e rende difficile qualsiasi nuova iniziativa solida.
Il mercato degli affitti commerciali, in diversi contesti, ha perso equilibrio. Non sempre riflette il valore reale delle attività, ma dinamiche speculative o aspettative che non trovano sostenibilità nel medio periodo.
E ancora, il tema dell’accessibilità dei centri urbani. I parcheggi, la mobilità, la possibilità concreta di raggiungere le attività. Anche di questo si parla da anni, senza che si sia trovato un punto di sintesi efficace.
C’è poi un altro fronte, spesso sottovalutato. La trasformazione digitale.
È un processo inevitabile. Va compreso, accettato e integrato. Ma la competizione deve avvenire ad armi pari.
Oggi non è così.
La disparità fiscale e normativa tra piccoli operatori locali e grandi piattaforme internazionali non è più sostenibile.
Non è solo una questione economica. È una questione di identità. Di qualità della vita. Di equilibrio. Di tenuta sociale.
Perché dove il commercio scompare, o si impoverisce, la città cambia. E spesso si svuota.
E anche quando le chiusure vengono sostituite, se l’offerta diventa uniforme e ripetitiva, il territorio si impoverisce comunque, perdendo varietà, identità e capacità attrattiva.
Il commercio non è solo mercato
Per troppo tempo il commercio è stato considerato solo un settore economico. Un pezzo del sistema produttivo.
In realtà è molto di più. È presidio. È relazione. È servizio.
Garantisce vivibilità, sicurezza, attrattività.
Un negozio aperto non è solo un’attività economica. È una luce accesa, una presenza, un punto di riferimento. È qualcuno che conosce il territorio, le persone, le esigenze.
Per questo il tema non può essere lasciato esclusivamente alle dinamiche di mercato.
Il mercato è fondamentale. Ma da solo non basta a garantire equilibrio.
Regolare non significa limitare
Qui si apre un nodo spesso frainteso.
Quando si parla di regole, si teme sempre un eccesso di vincoli. Una limitazione della libertà d’impresa.
Non è così.
Regolare significa orientare. Significa creare condizioni di equilibrio. Significa difendere la qualità.
Significa, in ultima analisi, dare una direzione.
Il caso di Venezia dimostra che è possibile farlo senza bloccare lo sviluppo. Anzi, generando nuova impresa, ma più solida, più coerente, più sostenibile.
La responsabilità delle istituzioni
In Trentino abbiamo una condizione unica. L’autonomia speciale.
Non è solo un elemento identitario. È uno strumento concreto. Una leva operativa che consente di intervenire con maggiore efficacia rispetto ad altri territori.
Ma l’autonomia non è solo una possibilità. È una responsabilità concreta.
Significa poter scegliere. E quindi anche dover scegliere.
E allora la domanda diventa inevitabile: come vogliamo usarla? E la vogliamo usare su questo tema?
Sindaci e amministrazione provinciale hanno oggi la possibilità di costruire una strategia per il commercio che non sia emergenziale, ma strutturale.
Alcune priorità concrete
La prima riguarda il sostegno al commercio di vicinato di qualità. Non in modo generico, ma selettivo. Premiando chi investe, chi innova, chi crea valore per la comunità, chi garantisce varietà di offerta al proprio territorio.
La seconda riguarda il tema degli affitti. Servono strumenti, anche sperimentali, per riequilibrare un mercato che oggi rischia di espellere le imprese più fragili ma anche più radicate. Non è un caso che negli ultimi anni molte imprese storiche delle vie di Trento e Rovereto, parte dell’identità dei nostri centri urbani, siano progressivamente scomparse.
La terza è la governance del mix commerciale.
Non tutte le attività sono uguali. Non tutte producono lo stesso valore per il territorio. Trovare un equilibrio tra commercio, artigianato e pubblici esercizi non è un dettaglio. È una scelta strategica.
La quarta riguarda la valorizzazione delle botteghe storiche e delle competenze artigiane, che rappresentano un patrimonio economico e culturale unico.
Infine, serve una visione integrata con il turismo. Perché un territorio attrattivo non è fatto solo di paesaggi, ma anche di esperienze, relazioni, identità.
Una scelta che riguarda tutti
Il punto, in fondo, è questo.
Non possiamo più limitarci a osservare i cambiamenti. Dobbiamo governarli.
Non possiamo accettare che il destino dei centri storici sia deciso solo da dinamiche esterne, spesso globali, spesso impersonali.
Abbiamo le competenze. Abbiamo l’autonomia. Abbiamo la responsabilità di trovare gli strumenti per intervenire.
Serve ora una cosa in più. La volontà.
Venezia ci ha ricordato che intervenire è possibile.
E che non intervenire è, a tutti gli effetti, una scelta.
Anche in Trentino siamo chiamati a scegliere.
Se vogliamo città vive o spazi svuotati.
Se vogliamo comunità o solo flussi.
Se vogliamo economia o solo transazioni.
Il commercio è ancora una delle condizioni per avere comunità vive, territori attrattivi, economie sostenibili.
Sta a noi decidere se accompagnarlo.
O lasciarlo indietro. Per ritrovarsi, domani, a rimpiangere di averlo lasciato andare.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino




