Quasi un neoassunto su tre non è italiano, senza casa, formazione e regole semplici il sistema si inceppa
C’è un dato che, da solo, fotografa un passaggio storico. Nel 2025 in Italia le entrate previste di lavoratori immigrati nelle imprese arrivano al 23 % del totale, in pratica un neoassunto su quattro non è italiano.
Ma in Trentino Alto Adige l’incidenza sale a poco più del 31 %, la più alta tra le regioni, e rispetto al 2017 gli ingressi di lavoratori stranieri crescono del 236 %.
Sono numeri che dicono una cosa semplice: la manodopera straniera è diventata una componente strutturale del mercato del lavoro. Un fenomeno che va letto dentro tre dinamiche profonde, il calo demografico, la scopertura di interi comparti produttivi, la sostenibilità del nostro sistema sociale.
La presenza degli stranieri cambia molto a seconda dei comparti. In agricoltura quasi la metà delle nuove assunzioni riguarda lavoratori stranieri.
Nel turismo, alloggio e ristorazione, il dato è quasi 25%, mentre nel commercio l’incidenza è 15 %.
Sul nostro territorio, la fotografia è altrettanto chiara. La provincia di Trento è indicata con un’incidenza del 27 % di entrate straniere sul totale.
Per Confesercenti del Trentino questi numeri hanno un significato immediato, perché commercio, turismo e servizi sono tra i settori dove il bisogno di personale è più evidente, e dove la continuità di servizio è parte della qualità del territorio.
Non si tratta solo di “trovare persone”. Si tratta di non far saltare la tenuta quotidiana delle nostre città e vallate, bar e ristoranti, alberghi, negozi di prossimità, logistica urbana, servizi alla persona. Se mancano addetti, si riducono gli orari, si abbassa la qualità del servizio, si indebolisce l’attrattività complessiva del territorio. È una catena che conosciamo bene.
Proprio per questo serve una linea di responsabilità chiara. Due rischi vanno evitati.
Il primo: pensare che la manodopera estera sia una scorciatoia. Non lo è. È una risposta necessaria, ma richiede organizzazione, regole, formazione, integrazione.
Il secondo: scaricare tutto sulle micro e piccole imprese. Le imprese possono fare la loro parte, contratti, crescita, accoglienza, ma non possono essere lasciate sole su temi strutturali come casa, mobilità, burocrazia, riconoscimento delle competenze e percorsi linguistici.
Se vogliamo governare questo passaggio con serietà, servono alcune priorità operative non rinviabili.
1. Casa e mobilità come infrastruttura economica
Senza alloggi accessibili, soprattutto nelle aree a forte pressione turistica e nei poli urbani, il lavoro rischia di restare sulla carta. Servono strumenti rapidi e misurabili, disponibilità di alloggi per lavoratori, accordi con proprietari, soluzioni temporanee e stagionali, regole chiare.
2. Formazione, lingua, competenze, tempi certi
L’inserimento non può dipendere dal caso. Servono percorsi brevi, concreti, collegati alle imprese, con formazione linguistica essenziale e qualifiche spendibili, soprattutto in turismo e servizi, dove relazione e sicurezza del lavoro contano.
3. Semplificazione e legalità, per proteggere lavoro e imprese corrette
Più domanda di lavoro significa anche più rischio di irregolarità. Servono canali trasparenti, procedure snelle, controlli efficaci, e un presidio forte contro concorrenza sleale e sfruttamento. La legalità non è un tema astratto, è tutela del mercato.
Il Trentino, per storia e capacità amministrativa, può essere un laboratorio serio, dove l’incontro tra domanda e offerta non produce precarietà, ma lavoro vero, integrazione ordinata, qualità dei servizi, competitività delle imprese.
Una cosa però va detta con chiarezza: se vogliamo che il sistema regga nel medio periodo, casa, formazione e semplificazione devono diventare priorità economiche centrali. Non capitoli accessori.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino


