Almeno venticinque furti o tentativi in poco più di tre mesi, con una spaccata ogni quattro giorni, non sono una successione di episodi isolati. Descrivono un fenomeno. E come tale deve essere riconosciuto, analizzato e affrontato.
Il dato che colpisce di più non è il valore del bottino: trecento, quattrocento, cinquecento euro. È la sproporzione tra quanto viene sottratto e il danno che rimane.
Per portare via poche centinaia di euro si sfonda una vetrina che ne costa migliaia, si danneggiano porte e locali, si lascia un’attività chiusa per giorni. E si costringe un esercente, la mattina successiva, a ricominciare da capo: mettere in sicurezza il negozio, presentare denuncia, contattare l’assicurazione, organizzare le riparazioni, affrontare costi imprevisti e convivere con la preoccupazione che possa accadere di nuovo.
Il professor Andrea Baratto lo riconosce: i danni provocati sono spesso molto superiori al valore della refurtiva. E quel costo, economico e umano, ricade sulle imprese.
Comprendere le cause, affrontare le conseguenze
L’analisi del criminologo richiama correttamente la necessità di intervenire sulle cause profonde del fenomeno. Marginalità, dipendenze e situazioni di grave fragilità sociale non si risolvono soltanto attraverso la risposta penale.
È una riflessione che condividiamo.
Una comunità responsabile deve essere capace di prevenire, accompagnare e costruire percorsi efficaci di recupero e inclusione. Deve intervenire prima che il disagio diventi esclusione e prima che l’esclusione si trasformi in comportamenti che danneggiano altre persone.
Ma comprendere le cause non significa ridimensionare le conseguenze.
La complessità sociale di un problema non può diventare una ragione per considerare inevitabili i danni subiti da commercianti e pubblici esercizi. E la necessità di intervenire sulle fragilità non può essere separata dal dovere di tutelare chi lavora, investe e contribuisce ogni giorno a mantenere vive le nostre città.
Il problema non è soltanto individuare i responsabili
C’è poi un dato che si ripete e che merita una riflessione.
Le forze dell’ordine individuano e arrestano quasi tutti gli autori di questi episodi. È un risultato importante, per il quale va riconosciuto il lavoro quotidiano svolto sul territorio e va espresso un ringraziamento concreto.
Eppure uno dei responsabili, già sottoposto a una misura cautelare e al divieto di dimora, è tornato a colpire dopo appena tre giorni.
Il problema, dunque, non è soltanto individuare i responsabili. È anche ciò che accade dopo.
Una misura che viene aggirata in pochi giorni non protegge gli esercenti, non tutela la comunità e non interrompe la reiterazione dei comportamenti. E rischia di alimentare, tra cittadini e imprenditori, una percezione di inefficacia che indebolisce la fiducia nelle istituzioni.
La sicurezza non si misura soltanto attraverso il numero degli arresti. Si misura anche nella capacità di prevenire nuovi episodi, rendere effettive le misure adottate e impedire che le stesse persone tornino a colpire a distanza di pochi giorni.
Un metodo concreto per affrontare il fenomeno
Per questo raccogliamo la proposta che arriva dall’Università: analizzare il problema nella sua specificità, progettare interventi mirati e misurarne concretamente i risultati.
Chiediamo che a Trento, e ovunque in Trentino questi episodi assumano un carattere ricorrente, questo metodo venga applicato davvero.
Non servono interventi episodici, attivati soltanto quando l’attenzione pubblica cresce. Serve una strategia continuativa, fondata sulla collaborazione tra istituzioni, forze dell’ordine, servizi sociali, mondo della ricerca e rappresentanze economiche.
La sicurezza urbana è un tema complesso e, proprio per questo, richiede responsabilità condivise, strumenti diversi e risultati verificabili.
Un tavolo permanente per la sicurezza delle imprese e delle città
Proponiamo l’istituzione di un tavolo permanente tra Comune, Provincia autonoma di Trento, Commissariato del Governo e rappresentanze economiche.
Non un ulteriore luogo di confronto formale, ma uno strumento operativo, con obiettivi concreti, responsabilità definite e risultati da verificare nel tempo.
Le priorità sono chiare:
- rafforzare il presidio delle aree maggiormente colpite, in particolare nelle fasce serali e notturne;
- garantire tempi di intervento adeguati e un coordinamento efficace tra i soggetti coinvolti;
- assicurare una presa in carico effettiva delle situazioni di marginalità, dipendenza e fragilità;
- verificare l’efficacia delle misure adottate e intervenire quando queste non impediscono la reiterazione dei comportamenti;
- coinvolgere stabilmente le rappresentanze economiche, affinché l’esperienza quotidiana degli esercenti contribuisca all’analisi del fenomeno e alla definizione delle risposte.
Perché un divieto di dimora aggirato dopo tre giorni non protegge gli esercenti, non tutela la comunità e non affronta il problema.
Il costo di un problema sociale non può ricadere sulle imprese
I commercianti e i pubblici esercizi non chiedono pene simboliche né risposte semplicistiche.
Non chiedono che un fenomeno complesso venga ridotto esclusivamente a una questione di ordine pubblico. Ma chiedono, con altrettanta fermezza, che la complessità non diventi immobilismo e che il costo economico e umano di un problema sociale continui a ricadere su chi lavora.
Dietro ogni vetrina danneggiata non c’è soltanto un costo da sostenere. Ci sono giornate di attività perse, investimenti compromessi, preoccupazioni per i dipendenti, tempo sottratto al lavoro e un senso di vulnerabilità che rimane anche dopo che il vetro è stato sostituito.
La sicurezza è anche una condizione economica. Incide sulla capacità di investire, sulla vitalità dei centri urbani, sulla qualità degli spazi pubblici e sulla fiducia di chi sceglie di aprire e mantenere un’attività.
Commercianti e pubblici esercizi rappresentano inoltre un presidio quotidiano del territorio. Una serranda alzata, una vetrina illuminata e un locale frequentato contribuiscono a rendere una strada più viva, più vissuta e anche più sicura.
Proteggere queste attività non significa difendere soltanto una categoria economica. Significa tutelare una parte essenziale della comunità.
Per questo chiediamo un metodo capace di tenere insieme prevenzione, inclusione, sicurezza ed efficacia delle misure.
Comprendere le cause è necessario. Ma affrontarne concretamente le conseguenze è una responsabilità che le istituzioni non possono lasciare sulle spalle di chi, ogni mattina, alza una serranda e contribuisce a mantenere vive, frequentate e presidiate le nostre città.
Mauro Paissan
Presidente Confesercenti del Trentino
Trento, 14 luglio 2026




